Nel frattempo, giacchè non c'è modo migliore in rete per diffondere un contenuto che provare a censurarlo, il video in questione lo potete trovare un pò ovunque e farvi un'idea se si tratti di una violazione del copyright o di un tipico caso di fair use.
La Warner ritiene che sia stato utilizzato del materiale di cui la stessa detiene i diritti. La Warner ritiene suo diritto (sulla scorta delle disposizioni del DMCA) richiedere all'intermediario, attraverso la procedura definita "notice and takedown", la rimozione di quel materiale.
La Warner, tuttavia, finge di ignorare che la sua richiesta di rimozione dovrebbe essere preceduta da una sommaria analisi volta a verificare se quel particolare uso sia consentito dalla legge.
Nel caso Lenz vs. Universal, ad esempio, il giudice Geremy Fogel ha avuto modo di affermare: "The DMCA already requires copyright owners to make an initial review of the potentially infringing material prior to sending a takedown notice; indeed, it would be impossible to meet any of the requirements of Section 512(c) without doing so. A consideration of the applicability of the fair use doctrine simply is part of that initial review".
Insomma, si tratta dell'ennesimo abuso dei titolari dei diritti, la cui finalità è ben evidente: "Esercito il controllo totale sulla mia opera. Perciò, se vuoi esprimere una tua opinione, citandomi o criticandomi, mi devi chiedere il permesso".
In fondo, la storia sembrava presa dal suo ultimo libro "Remix" nella cui lettura ero (e tuttora, sono) immerso.
Oggi Lessig riprende la mia email sul suo blog (peraltro, dopo avermi chiesto in privato se poteva pubblicarla, con una disponibilità lontana anni luce dal modo di relazionarsi di questo paese)
Lo scorso 8 gennaio, Lawrence Lessig ha partecipato al Colbert Report per presentare il suo ultimo libro "Remix". Ad un certo punto dell'intervista (al minuto 4:54 del filmato su YouTube) Colbert scherzando dice: "Mi arrabbierò molto se qualcuno prenderà qualsiasi parte di questa intervista e la remixerà con della musica e ne inizierà fare spettacoli in tutta l'America"
Il filmato che segue è la risposta a quella provocazione :-)
Lo studioso americano ribadisce un concetto già espresso nel suo ultimo libro "Remix" e che trovo assai interessante perchè va oltre i "soliti" discorsi sul copyright per addentrarsi nei territori della ragion d'essere della norma.
Cosa capita quando un divieto (finanche sanzionato penalmente) colpisce comportamenti non percepiti come anti-sociali e che, anzi, rappresentano la quotidianità di un'intera generazione?
Cosa accade se quella generazione sono i nostri figli o nipoti?
Non è un elogio della pirateria. Nè una negazione del diritto d'autore le cui ragioni di fondo restano perfettamente valide nell'era di Internet. E' una riflessione sul sistema di valori di cui la regola giuridica finisce inevitabilmente per farsi carico.
Se scelgo di inasprire continuamente le pene per le violazioni del diritto d'autore e rendo l'apparato sanzionatorio meno severo per i reati societari avrò inevitabilmente fatto una scelta di valori.
Sull'International Herald Tribune del 21 ottobre u.s. è stato pubblicato un interessante articolo di Lawrence Lessig sull'uso della legislazione in materia di copyright come strumento di censura.
Lessig nel suo articolo cita esempi relativi all'ultima campagna presidenziale in cui tanto Obama che McCain hanno dovuto fare i conti con assurde richieste di rimozione dai loro spot elettorali di materiale di cui questa o quella Corporation deteneva i diritti.
Ad esempio ricorda Lessig: "L'anno scorso, Fox News ha intimato a John McCain di interrompere l'uso di una clip che lo riguradava in prima persona in un dibattito moderato andato in onda sul canale Fox News. Il mese scorso, la Warner ha chiesto a YouTube rimuovere un video amatoriale che criticava Barack Obama perchè vi era utilizzata musica di cui la stessa deteneva i diritti, mentre la NBC ha chiesto allo staff della campagna di Obama di ritirare una pubblicità che comprendeva alcuni video di NBC News con Tom Brokaw e Keith Olbermann".
Chiara è la tendenza ad un utilizzare in modo distorsivo una legislazione concepita per incoraggiare la creatività e diventata, da una decina di anni, strumento di oppressione nei confronti di nuove modalità espressive.
Lessig individua nel Digital Millenium Copyright Act una delle cause di questo fenomeno: "Il Copyright è diventato un'arma politica a causa di una legge approvata una decina di anni fa: il Digital Millennium Copyright Act. Questa legge dice ad intermediari come YouTube che, a meno che non rimuovano rapidamente materiale pubblicato dagli utenti che sia sospettato di violare il copyright, loro stessi, in prima persona, potrebbero essere chiamati in causa quali responsabili per l'infrazione. Comprensibilmente, YouTube e altri ancora sono diventati molto vigili nell'eliminare ogni presunta violazione. Invero, You Tube è andato ben al di là di quanto richiesto dalla legge e ha iniziato a chiudere gli account di persone che si presume abbiano violato le leggi in materia di copyright solo tre volte".
La conclusione dell'articolo è semplice e, allo stesso tempo, difficile da attuare: "Sarebbe molto meglio se la legge sul copyright fosse limitata a quei contesti in cui la sua essenziale funzione di stimolo alla creazione serve effettivamente - promuovere l'innovazione e garantire che gli artisti siano pagati per il loro lavoro – lasciando perdere inutili battaglie sull'uso di materiale protetto da parte dei candidati o dei loro sostenitori".
Dal momento che revisioni normative come quelle auspicate da Lessig non sembrano essere dietro l'angolo, occorre fare in modo che quanto meno la fonte dei beni comuni non si inaridisca: è una fonte di creatività e di libertà.
L'articolo anticipa l'uscita del nuovo libro di Lessig, evidenziando alcuni paradossi legati al concetto di "pirateria".
L'articolo si conclude con alcune proposte per il futuro l'ultima delle quali si ricollega al mio post precedente: "Decriminalize Gen-X: The war on peer-to-peer file-sharing is a failure. After a decade of fighting, the law has neither slowed file sharing, nor compensated artists. We should sue not kids, but for peace, and build upon a host of proposals that would assure that artists get paid for their work, without trying to stop "sharing."
Il 20 maggio u.s., sul New York Times è stato pubblicato un articolo di Lawrence Lessig sul tema delle opere orfane, ovverosia quelle opere su cui ancora insistono i diritti di utilizzazione economica ma i cui titolari non è dato o è particolarmente difficile rintracciare.
L'articolo trae spunto da una proposta di legge, attualmente in discussione davanti al congresso americano, volta a consentire l'uso di tali opere da parte di terzi, sollevando contestualmente questi ultimi da possibili rivendicazioni dei titolari dei diritti qualora gli stessi dovessero palesarsi in un secondo momento, dopo che una "dilgente ricerca" volta a rintracciarli abbia dato esito negativo.
Lessig nel suo articolo si esprime in termini assai critici: giudica la legge in discussione un inutile aggravio burocratico, con scarso ritorno per la libertà di fruizione delle opere.
Il senso del discorso dello studioso americano potrebbe essere sintetizzato nell'espressione di senso comune "non si cura una polmonite, con l'aspirina". In altri termini, il problema delle opere orfane si produce a causa dell'eccessiva durata della tutela autorale e del fatto che, nell'ordinamento statunitense (nel nostro la cosa non è mai esistita) a partite dal 1978 è stata eliminata ogni forma di registrazione delle opere da cui far discendere la protezione giuridica.
Negli USA si è, cioè, passati da quello che Lessig definisce un sistema di "opt-in" ad un sistema di "opt-out".
Il problema, allora, è che una grande quantità di opere perde totalmente il proprio valore commerciale assai prima dello spirare della tutela accordata loro dalla legge. Se il termine fosse più breve esse potrebbero andare ad arricchire da subito il mondo del pubblico dominio, conoscendo, se del caso, una seconda giovinezza. Se il termine fosse più breve, o sottoposto a formalità costitutive, il problema delle opere orfane non esisterebbe o esisterebbe in forma assai ridotta.
Ne beneficerebbe la collettività, in termini di materiale liberamente fruibile, e ne beneficerebbe altresì l'economia, giacchè opere senza mercato, potrebbero averne uno nuovo. Come dimenticare, infatti, che i cartoons più belli della Walt Disney sono basati su fiabe cadute nel pubblico dominio e, dunque, per le quali nulla si è dovuto corrispondere, a titolo di diritti di utilizzazione economica, in sede di adattamento cinematografico?
Il pubblico dominio ha un valore non solo etico/sociale, ma altresì economico: peccato dimenticarsene, tenendo gli occhi incollati sulla punta delle proprie scarpe.
Un paio di giorni fa ho scritto a Lawrence Lessig. Avevo letto della sua nuova iniziativa "Change Congress" e, visto che sul sito di riferimento chiedeva opinioni a riguardo, avevo pensato di manifestargli il mio supporto e il mio apprezzamento per quanto fin qui fatto come insegnante e divulgatore.
Stasera ho ricevuto la sua risposta.
Mi sono così tornate alla mente un pò di email spedite a destinatari assai meno illustri (e guarda caso tutti italiani) e che ancora attendono una risposta.