The sky is rising: Enzo Mazza replica a Paolo Brini
Ho appena ricevuto la replica di Enzo Mazza (FIMI) al post di ieri in cui erano contenute le osservazioni di Paolo Brini sullo studio "Tera consultants" sui danni da pirateria.
La trovate riportata di seguito. Buona lettura.
"mi chiedete una risposta e non ho problemi a fornirla. A parte l'approccio per il quale si risponde ad uno studio di 68 pagine con due sprezzanti considerazioni sulle basi della statistica. Ma veniamo ai punti chiave.
Scrivete: Prima di tutto, il calcolo delle perdite dei posti di lavoro nell'UE è ottenuto moltiplicando il numero totale di “infrazioni” riportate dai gruppi industriali per un un “tasso di sostituzione” arbitrario di 0,1 (citato da Enzo Mazza, qui basti far notare che ci sono studi che calcolano tale tasso, che pertanto non deve e non può essere fissato aprioristicamente >0)" Lo studio TERA cita altre ricerche che usano fattori di conversione e applica una media conservativa.
Le ricerche considerate, tutte con fattori di conversione maggiori sono: Hui and Png (2003) Peitz and Waelbroeck (2003, 2004) Zentner (2006 Michel (2006) Montoro-Pons and Cuadrado-Garcia (2006) Hong (2004, 2008) Liebowitz (2008) Leung (2009).
Magari tutti ignoranti di statistica, ma mi auguro di no, visto che si sono fior di accademici e alcuni studi non sono certamente teneri con l'industria.
Scrivete: "moltiplicato ancora per il prezzo medio di vendita del bene, diviso per il salario medio nell'Unione Europea, rimoltiplicato per 2 (altro fattore completamente arbitario) ed ulteriormente rimappato 1:1 (credo sia questo il 100% a cui si riferisce Boldrin)".
No, non è questo a cui si riferisce Boldrin dato che nell'articolo dell'espresso afferma: «Niente affatto», replica l'economista della Washington University, Michele Boldrin, «per una ragione che sanno anche i sassi: sono cifre a cui si arriva immaginando che chi ha ascoltato musica scambiandola con altri via internet senza il download l'avrebbe comprata, ai prezzi di monopolio di circa 20 euro per cd che le compagnie musicali impongono grazie al copyright».
Non è così, ed è questo che ho tenuto a segnalare con il mio post. Lo studio applica fattori di conversione completamente diversi da quelli citati da Boldrin e,nel caso della musica media tra prezzi digitali e cd fisici ovviamente.
Quello che afferma Boldrin all’Espresso non è vero, non è mai stato detto dall’industria che rappresento e non è scritto nello studio TERA.
Scrivete “sui tassi stimati di crescita della diffusione dell'accesso a Internet a banda larga nei prossimi anni. Viene ottenuto un numero adimensionale che viene di nuovo arbitrariamente interpretato come "numero di posti di lavoro" che verranno "persi" nell'Unione nei prossimi anni (fino a 1.217.000). Basterebbe questo conteggio e questa lunga serie di assunzioni arbitrarie per far bocciare qualsiasi studente ad un esame di Statistica 1.”
Vi sono studi dell'OCSE che applicano le stesse metodologie, anche in altri settori. Ma l'importante è denigrare il copyright. Se si parlasse di posti di lavoro nel settore auto tutti a scrivere che l'OCSE afferma che andranno persi milioni di posti di lavoro....
"Quel numero viene interpretato assumendo che TUTTE le perdite da pirateria (ottenute allo stesso modo con la prima parte del calcolo errato di cui sopra) ricadano sulle compagnie europee. Tuttavia questo è manifestamente errato in quanto le compagnie non europee (per esempio americane) sono le principali distributrici di opere cinematografiche e giocano inoltre un ruolo non trascurabile nel commercio della musica posta sotto copyright. "
A parte che la critica denota una scarsa conoscenza del mercato della musica. Prima di tutto le imprese cinematografiche e musicali non hanno più niente a che fare. Pertanto Universal Music non c'entra nulla con Universal Picture e Warner Bros niente con Warner Music, così come Columbia non è Sony. Detto questo, le società discografiche che operano in Europa generano ricavi che restano principalmente in Europa e i danni ad un gruppo come Vivendi, per esempio, azienda francese che ha sede in Francia sono danni per l'economia europea. In Italia, ad esempio, oltre il 54 % del venduto è costituito da repertorio italiano, e la pirateria colpisce le aziende con sede in Italia incidendo sui fatturati dell’azienda come e tanto quanto un’azienda locale. Non si capisce poi dove dovrebbero essere questi supposti benefici per società di importazione. Non solo, i danni ovviamente si riflettono anche sulla filiera i cui dati vengono da voi ignorati attribuendo un "raddoppio" arbitrario dei posti di lavoro quando la ricerca analizza le perdite per canale (vedasi appendice 7 dello studio integrale TERA) Avevo citato l'OCSE e suggerirei anche di leggere lo studio “ Magnitude of counterfeiting and piracy of tangible products – November 2009 update” e l'allegato sul digitale.
Saranno anche loro dei poveri studenti bocciati di statistica?
In ultimo ricordo un altro studio realizzato da KPMG per Amcham nel 2003. Anche lì sono stati usati degli elementi per la valutazione dei danni basati sul modello KPMG forensic utilizzato per quantificare i danni nelle controversie commerciali. In tutti questi studi i danni calcolati sono estremamente conservativi."
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